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La
spada che guarisce:
una difesa della nonviolenza attiva
di George Lakey
traduzione di Elena Fantasia
George
Lakey è direttore di Training for Change. È
stato trainer alla Martin Luther King School fors Social Change
e ha partecipato a numerose azioni di disobbedienza civile: insieme
a minatori, metalmeccanici, homeless, carcerati, gay e lesbiche russe,
attivisti sudafricani e srilankesi. È stato co-fondatore del
Movimento per una nuova società, che negli ultimi ventanni
ha sperimentato forme di lotta innovative, ed è autore di A manual
for direct action, opera che fu ritenuta fondamentale dal movimento
per i diritti civili nel Sud negli anni Sessanta. Larticolo che
segue mette in discussione il libro di Ward Churchill Pacifism as Pathology:
Reflections on the Role of Armed Struggle in North America , Arbeiter
Ring Winnipeg, Canada 1998.
Il libro di Ward Churchill dal titolo Pacifismo come patologia: Riflessioni
sul ruolo della lotta armata in Nord America è diventato un punto
di riferimento fondamentale per molti di quei nuovi attivisti
che hanno fatto notizia nella battaglia di Seattle, a Washington
D.C., a Filadelfia, a Los Angeles, a Praga e nelle altre manifestazioni
contro lingiustizia economica e sociale. Ward Churchill è
impegnato attivamente nellAmerican Indian Movement e in altri
gruppi, è uno scrittore prolifico e professore di studi etnici
alluniversità del Colorado.
Nel periodo in cui ho frequentato i nuovi attivisti, ho
deciso di scrivere un articolo in risposta al libro di Churchill, e
sono stato ulteriormente stimolato a farlo dopo aver partecipato insime
a lui a un dibattito pubblico tenutosi a Boulder nel febbraio del 2001.
Il nostro scambio di vedute si è svolto in unatmosfera
interessante e vivace; il pubblico ha sottolineato quanto fosse importante
assistere alla discussione tra due attivisti di lunga data, con punti
di vista concretamente diversi, che affrontano, in veste di alleati,
i pericoli che minacciano il comune campo dazione.
Ward e io siamo entrambi alla ricerca di fonti di potere che siano in
grado di spezzare le catene dellingiustizia e delloppressione
e che, allo stesso tempo, possano occuparsi della guarigione di questo
dilaniato pianeta Terra e della sua gente maltrattata e offesa. Martin
Luther King definiva lazione nonviolenta la spada che guarisce,
ed è per questo che ho intitolato questo saggio con le parole
di King. Comincerò enunciando alcuni punti su cui Ward e io concordiamo,
per poi mettere in discussione altre posizioni sostenute da Ward nel
suo libro.
IN COSA POSSO CONCORDARE CON WARD CHURCHILL?
Siamo daccordo nel sostenere che il mondo è saturo di ingiustizie,
di sfruttamenti e che latteggiamento delluomo nei confronti
del pianeta lo ha condotto in un vicolo cieco. Entrambi abbiamo subito
personalmente loppressione a causa delle nostre origini proletarie;
il fatto che lui fosse indigeno e io gay ha accentuato la crudeltà
e il dolore provocati da questa oppressione. Non nutriamo alcuna illusione
sugli intenti del capitalismo, dei sistemi autoritari a struttura piramidale
e del micidiale Impero Statunitense.
Quando analizziamo i risultati dei movimenti sociali dellultima
metà di questo secolo, provo la stessa delusione di Ward nellosservare
che i movimenti di cui i sostenitori della nonviolenza celebrano il
successo non abbiano più conseguito vittorie rilevanti. Il razzismo
imperversa ancora negli Stati Uniti nonostante i risultati concreti
ottenuti dal movimento per i diritti civili, cioè la pari opportunità
di alloggio, il diritto di voto e il compimento dellazione affermativa.
Lindustria nucleare continua a vendere allestero i suoi
letali impianti e avvelena gli Stati Uniti con le sue scorie radioattive,
nonostante il movimento antinucleare sia riuscito a interrompere la
costruzione di nuovi impianti allinterno del paese. LImpero
Statunitense continua a effettuare i suoi interventi militari allestero,
diventando così il global killer numero uno dei nostri
giorni, sebbene il movimento contro la guerra del Vietnam sia riuscito
a creare una sindrome del Vietnam in grado di imporre qualche
restrizione ai potentati statunitensi.1
Ma se condivido il disappunto di Ward nellosservare che questi
e altri movimenti non abbiano conseguito maggior successo, sono di opinione
opposta quando celebro i risultati che invece abbiamo ottenuto. Sono
dellidea che noi attivisti possiamo accrescere le nostre potenzialità
con una combinazione di autocritica e autoaffermazione, piuttosto che
giudicando solo a posteriori il nostro operato.
Concordo nel dire che a volte i pacifisti pecchino di autocompiacimento
e si considerino più giusti e virtuosi degli altri; si dimostrano
refrattari al dibattito onesto e pragmatico sulle linee dazione
da intraprendere, e preferiscono unideologia morale che possa
evitar loro unaperta considerazione delle alternative. Ward sostiene
che la storia degli attivisti nonviolenti dimostra la loro disponibilità
ad affrontare gravi rischi, sacrificando le proprie vite in favore del
cambiamento sociale. Daltro canto, però, molte proteste
nonviolente si sono accontentate di testimonianze garbate e arresti
ritualizzati, minimizzando il rischio e minimizzando così anche
leffetto. Concordo con questo tipo di critica.
Sono daccordo anche sul fatto che escludere dogmaticamente il
conflitto armato dalla discussione, invece di vagliare i pro e i contro
del combinare tattiche violente e nonviolente, non contribuisce alla
creazione di una strategia. Al dibattito di Boulder ho sottolineato
che quello di cui il nostro movimento ha più bisogno è
una strategia a lungo termine.
Convengo con Ward quando sostiene che il miglior modo di riflettere
sui modi della lotta è farlo a livello pragmatico: quali sono
i mezzi che hanno maggiori possibilità di ridurre la sofferenza,
aumentare la giustizia e creare una nuova società?
Questo saggio, dunque, si concentra soprattutto sulla pratica. Risponderò
alle sfide proposte da Ward in termini di realtà pratiche e concrete.
Contesterò alcune sue affermazioni su un piano prettamente pragmatico.
Metterò in discussione la sua interpretazione di alcuni momenti
storici in base a ciò che erano a quel tempo le realtà
del potere. E descriverò alcuni movimenti che hanno imparato,
dalla loro stessa esperienza pratica, che la lotta intrapresa avrebbe
conseguito maggiori risultati con lazione diretta nonviolenta
che con la violenza.
ESISTE UNA STRATEGIA PER UNA RIVOLUZIONE VIOLENTA NEGLI STATI UNITI?
Ward scrive che il suo intento è riportare alle giuste proporzioni
il pacifismo e mettere in discussione il suo autocompiacimento morale.
Sostiene di non avere intenzione di articolare una strategia di lotta
armata per gli Stati Uniti; questo rappresenta un compito a sé
stante. In realtà, la rivoluzione violenta e la rivoluzione
nonviolenta si trovano, questa volta, sulla stessa barca: entrambe
sono sprovviste di una chiara e dettagliata strategia per gli Stati
Uniti. La necessità di un pensiero strategico è enorme
sia tra i sostenitori della lotta armata che tra quelli della lotta
nonviolenta.Negli Stati Uniti, lultima volta in cui molti attivisti
hanno parlato seriamente di rivoluzione verso la
fine degli anni Sessanta lattivista socialista e scrittore
Martin Oppenheimer si è trovato a discutere pubblicamente con
i leader degli attivisti che sostenevano luso della violenza ma
non riuscivano a creare una strategia. Per agevolare il compito a loro
e a se stesso, scrisse un libro, The Urban Guerrilla,2 in cui concepiva
due diverse strategie che prevedevano limpiego della lotta armata
e poi ne valutava le probabili conseguenze. A livello pragmatico entrambe
le strategie di lotta armata conducevano alla sconfitta della democrazia
e della giustizia.
In questo caso, gli attivisti che non siano mossi dallunico intento
di esprimere se stessi, ma che mirino a una reale trasformazione, hanno
la necessità di mettere a punto una strategia persuasiva per
una rivoluzione che impieghi la lotta armata. Questa strategia ancora
non esiste. Il modo in cui ci apprestiamo a formulare una strategia
è influenzato dalle nostre idee su come funziona il mondo, e
pertanto può essere utile metterle a confronto. Ma, per quanto
si possa discutere su tali idee, nulla potrebbe sostituire lenorme
sforzo necessario alla creazione di una strategia. Poiché molti
attivisti di oggi operano allinterno di college e università,
e la maggior parte sono benestanti e quindi in grado di concedersi il
tempo per realizzare questo sforzo, la mia speranza è che accettino
la sfida!
IL PACIFISMO È UN VALORE ASSIOMATICO TRA I PROGRESSISTI NEGLI
STATI UNITI?
Nel suo libro Ward sostiene che il pacifismo è lideologia
dellazione politica nonviolenta, ed è considerato assiomatico
tra le correnti principali dei progressisti in Nord America. Se con
ciò vuole dire che lazione nonviolenta è intrinseca
al modo in cui gran parte dei progressisti conducono le loro campagne
nazionali per il cambiamento, in tal caso non sono daccordo.
Alcuni anni fa fui chiamato a Washington D.C. per un incontro con una
vasta coalizione progressista che stata lavorando per promuovere una
legge in sostegno dei poveri e dei lavoratori. La loro campagna non
stava dando alcun frutto e mi chiesero di aiutarli a progettare una
serie di proteste nonviolente. La mia prima domanda al gruppo dei leader
nazionali fu: Dovè lenergia di rivolta nella
vostra coalizione? Silenzio. Alla fine, cominciarono a raccontare
di come diversi gruppi militanti erano rimasti talmente delusi da abbandonare
la coalizione. In breve, non era rimasta alcuna energia di rivolta.
In tal caso, dissi, questo incontro non durerà
a lungo. Non si può mettere a segno unazione diretta nonviolenta
di grande impatto se non si ha a disposizione una tale spinta. Avete
gestito questa campagna come una convenzionale operazione di propaganda
politica e non potete, allultimo minuto, fare retromarcia e diventare
un movimento di protesta nonviolenta!
Questo è solo uno dei tanti esempi. La maggior parte dei leader
progressisti in Nord America sono impegnati nellingrato compito
di sostenere metodi convenzionali come campagne elettorali, propaganda
politica, azioni legali, petizioni, compilazione di lettere, pubbliche
relazioni e simili, invece di volgersi allazione nonviolenta.
È sempre stato così. Quando Martin Luther King comparve
sulla scena in qualità di leader dei diritti civili, i gruppi
già affermati speravano che lui e le sue tattiche nonviolente
scomparissero al più presto nel nulla: confidavano nella propaganda
e nelle azioni legali. Perfino il movimento operaio, nato dalla militanza
nel XIX secolo, al giorno doggi preferisce sostenere i candidati
elettorali piuttosto che organizzare scioperi.
È comprensibile che, a questo proposito, le opinioni di Ward
differiscano dalle mie, poiché usiamo parole simili ma in realtà
siamo intenti a osservare fenomeni diversi. Nel suo libro Ward usa le
parole pacifismo, nonviolenza e rivoluzione
nonviolenta come fossero intercambiabili, sebbene nella pratica
risultino assai diverse.
La nonviolenza, o (come preferisco chiamarla) lazione nonviolenta,
è usata soprattutto in manifestazioni che hanno origine a livello
popolare, quando le persone hanno bisogno di agitazione di piazza
per conseguire uno scopo. Manifestazioni, sit-in, occupazioni, scioperi,
boicottaggi: vi sono molti metodi di azione nonviolenta di cui leggiamo
sui giornali ogni giorno, e la gente li usa perché spesso funzionano
meglio dei mezzi più convenzionali, come la propaganda politica
o le petizioni. Le organizzazioni professionali di opposizione a livello
nazionale non prevedono, come ho detto, lazione diretta nonviolenta
nelle loro teorie, ma gli attivisti che partono da una base popolare
la impiegano spesso proprio perché il più delle volte
funziona, per salvare gli alberi, ottenere alloggi per i senzatetto,
per costringere a cambiare la politica sullAids o per indurre
le industrie manifatturiere di abbigliamento a non rifornirsi più
dalle aziende che sfruttano i propri dipendenti.
Negli Stati Uniti lazione nonviolenta è usata soprattutto
dalla classe operaia e dai poveri, più dalle persone di colore
che dai bianchi, e più dai giovani che dagli anziani. Sebbene
gran parte dellazione nonviolenta negli Stati Uniti sia attuata
dalle organizzazioni che si basano su comunità di persone appartenenti
alla classe operaia, anche i sindacati, le comunità di omosessuali,
di portatori di handicap, di ambientalisti, studenti e altri ne hanno
fatto largo uso.
Il pacifismo, daltro canto, è una ideologia,
un sistema di teorie atto a stabilire che è immorale ferire o
uccidere delle persone per il conseguimento del proprio scopo. I pacifisti
credono che il fine non giustifichi un assassinio. Inoltre, il loro
modo di intendere il fenomeno di causa ed effetto li induce a pensare
che un giusto fine provenga dai giusti mezzi usati per ottenerlo, come
una buona torta nasce dalluso di buoni ingredienti. Sostengono
che secondo la moralità e il buon senso noi dobbiamo vivere
in prima persona il cambiamento che desideriamo venga realizzato.
Probabilmente i pacifisti più conosciuti dagli statunitensi sono
Martin Luther King Jr., Cesar Chavez, fondatore e capo della United
Farmworkers, e Mohamad K. Gandhi. La stragrande maggioranza di quanti
si dedicano allazione nonviolenta negli Stati Uniti non sono pacifisti.
Il dottor King sapeva bene che la maggior parte degli afroamericani
che rischiavano la vita nelle campagne di protesta organizzate da lui
non erano sostenitori del pacifismo; usavano lazione nonviolenta
in modo circostanziale. E vi sono molti pacifisti che raramente partecipano
ad azioni nonviolente, raramente scendono in strada, scioperano o fanno
ricorso alla disobbedienza civile. Quindi mischiare pacifismo
e nonviolenza, come fa Ward, confonde le idee più
che chiarirle.
Mischiare azione nonviolenta e pacifismo con
rivoluzione nonviolenta intorbida ancor di più le
acque. Il Manifesto for Nonviolent Revolution3, la dichiarazione
più enunciata tra quelli che sostengono questo atteggiamento,
è molto più radicale di quanto siano in grado di sostenere
la maggior parte dei pacifisti e quelli che fanno uso dellazione
nonviolenta. Il Manifesto auspica la fine del capitalismo
imprenditoriale, del sistema stato-nazione, e della distruzione ambientale.
Condanna la società patriarcale, il razzismo e gli altri sistemi
di oppressione sociale. Mira alla creazione di un ordine sociale enormemente
diverso, in cui la libertà possa prosperare, le imprese economiche
siano democratiche e gli esseri umani vivano in pace con il pianeta.
Di gran lunga più radicale dei marxisti-leninisti, il Manifesto
cerca di imparare dalle sconfitte della Sinistra per avvicinarsi al
futuro in modo nuovo e creativo.
GLI EBREI VENNERO ASSASSINATI NEL CORSO DI UN OLOCAUSTO NONVIOLENTO?
Il risultato più estremo e doloroso del confondere
queste parole risiede nella descrizione che fa Ward dellesperienza
ebrea dellOlocausto. Innanzitutto egli esagera nel tacciare gli
ebrei come passivi di fronte allOlocausto. È molto importante
da parte nostra onorare i coraggiosi ebrei che hanno combattuto contro
il genocidio.4 In secondo luogo sostiene che gli ebrei che furono costretti
al silenzio con lintimidazione, o che negavano ciò che
stava accadendo, mettevano in atto lazione nonviolenta! La
storia ci fornisce pochi modelli di paragone tramite cui asserire lefficacia
dellopposizione nonviolenta alle politiche di stato, almeno in
termini delle proporzioni e della rapidità con cui le conseguenze
si sono abbattute sui soggetti passivi.5
Quelli tra noi che sono stati impegnati nellazione diretta nonviolenta
sanno la differenza che cè tra azione e passività.
Basta prendere parte a una discussione tra lavoratori che decidono se
fare sciopero per riconoscere subito la differenza tra quelli attivi
e quelli passivi. Basta ascoltare una comunità che discute se
difendersi o meno dalla realizzazione di un nuovo deposito di rifiuti
tossici per riconoscere la differenza tra attivo e passivo.
Negli anni Trenta Gandhi si preoccupava delle tendenze mostrate dalla
Germania nazista e scrisse a un rabbino berlinese chiedendogli di organizzare
al più presto una resistenza e mobilitare il maggior numero possibile
di ebrei e alleati per affrontare tale minaccia. Ovunque Gandhi notasse
atteggiamenti passivi in una situazione di ingiustizia, chiedeva che
venissero sostituiti da una resistenza nonviolenta attiva. In realtà,
Gandhi si opponeva alla passività con tanta fermezza da consigliare
che, in caso di una malefatta a cui fosse possibile rispondere solo
con la passività o con la violenza, bisognerebbe scegliere questultima!
Naturalmente Gandhi credeva che nella vita reale vi fossero sempre più
di due scelte possibili, e che luomo fosse in grado di creare
e intraprendere efficaci azioni nonviolente.
IL SUCCESSO DELLAZIONE NONVIOLENTA DIPENDE DALLA VIOLENZA CHE
GLI ALTRI COMPIONO O MINACCIANO DI COMPIERE IN UNA DATA SITUAZIONE?
Ward sostiene che i successi della nonviolenza nella lotta indiana contro
la Gran Bretagna e del movimento per i diritti civili degli Stati Uniti
erano dovuti in realtà alla violenza. Sostiene che la Gran Bretagna
aveva esaurito le sue risorse militari nella seconda guerra mondiale
e che quindi non sarebbe riuscita a mantenere il proprio predominio
sullIndia con luso delle armi e per questo si arrese. La
guerra rese possibile lindipendenza. Il problema di questa affermazione
è che la Gran Bretagna continuò a mantenere il dominio
su altre colonie anche molto dopo lindipendenza indiana nel 1948.
Un drammatico esempio è la spietata repressione della ribellione
Mao Mao in Kenya negli anni Cinquanta con il bombardamento dei villaggi.
La Gran Bretagna aveva ancora la forza di predisporre una risposta militare
su vasta scala per reprimere una lotta armata per lindipendenza,
ma non riuscì a mantenere il suo predominio contro una lotta
nonviolenta. Non è la guerra che rese possibile lindipendenza
indiana: è stata la non-cooperazione della popolazione indiana
a rendere possibile lindipendenza indiana.
A rischio di una eccessiva semplificazione, nel caso della lotta statunitense
per i diritti civili valuterei lefficacia nel raggiungere obiettivi
tangibili e concreti utilizzando la curva di un grafico immaginario,
in questo modo: 1955-1965, la curva aumenta di anno in anno. Alcuni
obiettivi di quel periodo erano: la desegregazione nei trasporti urbani,
in particolare sugli autobus (la protesta di Montgomery e le Freedom
rides, i viaggi della libertà); desegregazione negli
sportelli per la distribuzione dei pasti e di altre strutture pubbliche
(sit-in, manifestazioni di piazza di vario genere, la campagna di protesta
di Birmingham e il Civil Rights Act, legge per i diritti civili, del
1964); il diritto di voto ai neri nel profondo sud (la Mississippi Summer,
la marcia di Selma, il Voting Rights Act, legge per il diritto di voto,
del 1965).
Se si considerano le grandi conquiste del movimento di massa, la curva
comincia a precipitare dal 1965, sebbene negli anni successivi vi furono
miglioramenti rispetto a quello che era stato ottenuto precedentemente,
come lelezione di funzionari di colore anche nel profondo sud.
In particolare, dal 1965 vi furono numerosi scontri in città
del nord come Newark, Filadelfia, Detroit e Watts, e la nascita dei
partiti come Deacons of Defence e le Black Panthers. Nel 1968 perfino
una legge che non prospettava alcuna minaccia, come quella intesa a
stanziare fondi per la derattizzazione delle zone urbane, venne accolta
con derisione dalla Camera dei Rappresentanti. Il movimento di massa
per i diritti civili perse gran parte del suo potere proprio nel momento
in cui venne a mancare il consenso sulla lotta nonviolenta come base
per lazione di massa.
MA I GOVERNI NON SONO FORSE IN GRADO DI ANNIENTARE MILITARMENTE QUALSIASI
MOVIMENTO NONVIOLENTO?
No, stando al comportamento delle dittature militari che sono state
rovesciate dallazione nonviolenta. Nel 2000 il dittatore serbo
Slobodan Milosevic disponeva di un enorme potere militare, e venne spodestato
da un movimento nonviolento. Lo stesso per il dittatore delle Filippine
Marcos nel 1986. Lo stesso per la dittatura della Germania dellest,
per quella ungherese, quella ceca e quella polacca nel 1989. Lo scià
dellIran disponeva di un esercito che era tra i dieci più
potenti del mondo e di servizi segreti la cui ferocia non aveva pari.
Venne destituito nel 1977-79, in modo nonviolento. Potrei continuare
la lista citando ancora molti casi.6
Le considerazioni di Ward in questo libro privano di ogni forza gli
attivisti perché non danno alcun credito al potere delle persone,
che è lo strumento principale di cui disponiamo! Gli attivisti
che partono da basi popolari non potranno mai disporre di una ricchezza
pari a quella del governo, come noi non potremmo mai disporre di una
violenza in grado di competere con quella governativa. Potenzialmente
siamo invece in grado di accedere allazione di molti, e non dare
credito a tale forza è un invito ad abbandonarsi alla disperazione.
Laffermazione di fondo del libro di Ward è che la violenza
è la forza politica più potente del mondo. Questo è
un giudizio convenzionale, condiviso dalla maggior parte delle persone
di destra, di sinistra e di centro; è popolare quanto lantica
convinzione comune che la terra sia piatta. E altrettanto sbagliata.
Spesso gli attivisti scoprono la debolezza della violenza proprio tramite
la nostra esperienza. Ricordo quando, durante un corso tenuto per la
United Mine Workers Union, il sindacato dei minatori, uno dei capi mi
parlò della sua adolescenza nelle miniere. Devo dirti che
preferivo i bei vecchi tempi, quando uno sciopero significava ancora
che potevamo fare tutto a pezzi, picchiare i crumiri, sparare contro
i camion della società. Sai, avevamo molte pistole e sapevamo
come usarle. Ma sospirò questo genere di roba non
funziona più. Avanti, insegnaci questa lotta nonviolenta!
La definisco nonviolenza come ultima risorsa.
Un caso classico fu quello del Salvador nel 1944, quando una rivolta
armata fallì nel tentativo di destituire il dittatore Hernandez
Martinez. Il governo era abbastanza forte per opporsi con successo allattacco
armato. Allora gli studenti diedero inizio a uninsurrezione nonviolenta,
sostenendo senza limitazioni la nonviolenza, vista la sconfitta della
violenza. Riuscirono a destituire Martinez in modo nonviolento: il
potere della gente riuscì dove la violenza aveva fallito.
Gli studenti nel vicino Guatemala ne furono così colpiti che
iniziarono uninsurrezione nonviolenta contro il dittatore
di ferro dei Caraibi, Jorge Ubico, e anche Ubico venne destituito.7
Diversi movimenti di liberazione nel Terzo Mondo hanno ormai rinunciato
allo scontro armato per ricorrere ad altri mezzi. Gli zapatisti del
Chiapas sono forse lesempio più conosciuto di questo fenomeno.
Agli inizi degli anni Ottanta lAfrican National Congress si rese
conto che la sua strategia di lotta armata stava fallendo; si era rivelata
del tutto incapace di sconfiggere lapartheid. Non riusciva nemmeno
a coinvolgere le masse cittadine che non vedevano lora di agire
per difendere la libertà. E così, senza rinunciare formalmente
alla loro attività di guerriglia, si rivolsero alla lotta nonviolenta:
boicottaggi, scioperi, manifestazioni di ogni genere. Il risultato fu
la sconfitta dellapartheid, nonostante lo stato disponesse di
potenti forze armate e di una polizia terroristica.8
Quando i movimenti sono tanto pragmatici da imparare dalle loro stesse
esperienze, spesso abbandonano la violenza e perfino la distruzione
della proprietà. Il movimento operaio di Solidarnosc in Polonia,
per esempio, era in gran parte un movimento giovanile che voleva la
libertà dalla dittatura militare del partito comunista. Nelle
loro prime manifestazioni di azione diretta, organizzarono, insieme
a scioperi e occupazioni, anche qualche atto di distruzione della proprietà.
Secondo la loro stessa valutazione, compresero che la distruzione della
proprietà forniva solo una giustificazione per il duro intervento
militare del dittatore e riduceva il numero di possibili alleati. Così
decisero di interrompere quella pratica, ampliarono il loro movimento
e finirono per vincere. Naturalmente lo stato militare voleva annientarli,
ma non gli fu possibile semplicemente perché lazione di
molti è più forte del potere militare.
Poiché questo è in aperta contraddizione con il giudizio
convenzionale, non riuscivo a capire come potesse verificarsi una cosa
simile. Bernard Lafayette, originario del profondo sud, componente dello
Student Nonviolent Coordinating Committee, comitato coordinatore studentesco
di nonviolenza, me lo spiegò con una metafora. Bernard disse
che la società è come una casa. Le fondamenta sono la
cooperazione o lacquiescenza della gente. Il tetto è lo
stato e il suo apparato repressivo. Mi chiese cosa succederebbe alla
casa se le fondamenta cedessero. Mi chiese ancora: Cosa cambierebbe
se venissero aggiunte armi sul tetto, carri armati più grandi,
armi tecnologiche allavanguardia? Cosa succederebbe allora alla
casa, se le fondamenta cedessero? Non mi restò che ammettere:
se le fondamenta cedessero, il tetto crollerebbe in ogni caso, per quanto
grande sia la somma di denaro investita nelle armi.
Un modo appropriato per testare questo fatto è riferirsi alla
caduta dello scià dellIran. Non disponeva solo dellesercito
più numeroso del mondo e di una polizia segreta di estrema ferocia,
ma anche del sostegno degli Stati Uniti. I capi dellopposizione
scelsero di usare una strategia del tutto nonviolenta, e funzionò.
Come è potuto succedere? Non vi è nulla nel libro di Ward
in grado di spiegarlo. Non poteva funzionare, secondo Ward, perché
gli stati militarmente potenti distruggono i movimenti nonviolenti.
Le fondamenta della casa dello scià erano costituite dallacquiescenza
della gente. Quando le fondamenta hanno ceduto, la casa è crollata.
Non cè cosa più importante di questa, che gli attivisti
di oggi debbano sapere: le fondamenta del governo politico è
lacquiescenza della gente, non la violenza. Il consenso dei cittadini
è più forte della violenza. Prima agiremo sulla base di
questa conoscenza, e prima sarà possibile sconfiggere lImpero
Statunitense.
LA VIOLENZA È CONSIGLIABILE PER AUTODIFESA, IN COMBINAZIONE CON
ALTRE TATTICHE?
Sembra puro buonsenso pensare che, con lo stato alle calcagna, si decida
di integrare lorganizzazione comunitaria e tattiche di azione
nonviolenta con unautodifesa armata. So di casi in cui lautodifesa
violenta individuale ha avuto successo a livello pragmatico ma, per
quanto riguarda le organizzazioni che hanno provato ad attuare questa
politica, i risultati sono ben più modesti.
Il caso più conosciuto negli Stati Uniti è il Black Panther
Party, che mise in atto un sistema di organizzazione comunitaria, gestì
programmi educativi, creò dei progetti per la distribuzione di
cibo ai bambini poveri, e adottò una politica di autodifesa armata.
Le Pantere non volevano intraprendere la lotta armata per ottenere il
cambiamento sociale. Questa scelta consentì loro di rimanere
vicini alle persone con cui stavano sviluppando quel tipo di organizzazione
sociale, al contrario dellesperimento portato avanti dal Weather
Underground, il cui tentativo di creare una rivoluzione armata lo condusse
allisolamento dalla gente e alla sua irrilevanza politica. Sebbene
le Pantere proclamavano il diritto di autodifesa, che molti cittadini
statunitensi imparziali considerano parte della nostra tradizione, vennero
comunque eliminati. Il tentativo di creare lautodifesa armata
diede al governo federale razzista lo spiraglio di cui aveva bisogno
per distruggere almeno uno dei suoi nemici.
Al governo sarebbe piaciuto poter distruggere anche le organizzazioni
nonviolente per la libertà dei neri, e il capo dellFbi
J. Edgar Hoover tentò davvero di distruggere linfluenza
del dottor King, ma lunica cosa che il governo si poté
permettere di fare fu di agire in modo esplicito contro le organizzazioni
nonviolente. Ecco perché è pratica ricorrente dei governi
pagare degli infiltrati perché si uniscano ai movimenti nonviolenti,
e avere così la possibilità di reprimerli in modo efficace.
Per uno strano ribaltamento delle aspettative, vi sono momenti in cui
le forze violente hanno in realtà bisogno di essere protette
dallazione nonviolenta.
Quando il Black Panther Party voleva tenere una convention nazionale
a Filadelfia, gli fu difficile trovare un luogo in cui organizzarla.
I quaccheri permisero loro di utilizzare la loro sala riunione più
grande. Il capo della polizia Frank Rizzo vide questa come unopportunità
per mostrare la propria spavalderia, e nessuno sapeva a cosa avrebbe
condotto una tale provocazione. Quindi i quaccheri circondarono il luogo
di ritrovo e rimasero spalla contro spalla per creare uno schermo protettivo
tra la polizia e le Pantere.
Su più ampia scala questa situazione si ripeté nelle Filippine
durante la destituzione del dittatore Ferdinando Marcos nel 1986. Verso
la fine della lotta una parte dellesercito, guidato dal generale
Ramos, passò dalla parte della gente. Marcos controllava ancora
gran parte dellesercito, al quale ordinò di attaccare laccampamento
di Ramos e soffocare la ribellione. Le stazioni radio cattoliche che
lavoravano per il movimento fecero risuonare lallarme. Molte migliaia
di filippini corsero sul posto, si frapposero tra i fedeli a Marcos
e i ribelli, e in modo nonviolento immobilizzarono le truppe dei fedeli,
salvando così i soldati ribelli, numericamente inferiori.
LAZIONE NONVIOLENTA È UNA COSA DEI BIANCHI?
Sarebbe un gran sorpresa per le centinaia di migliaia di persone di
colore che negli Stati Uniti hanno fatto uso dellazione diretta
nonviolenta per oltre un secolo. (Nel 1876 a St. Louis gli afroamericani
protestavano contro la segregazione dei mezzi di trasporto con le freedom
rides, salendo sui tram e sedendosi in posti riservati ai bianchi,
per citare uno tra i migliaia di esempi). Ogni settimana, in tutti gli
Stati Uniti, vi sono organizzazioni a base comunitaria di gente di colore
impegnate nellazione nonviolenta: marce, sit-in, blocchi stradali,
boicottaggi, disobbedienza civile e simili. Si potrebbero scrivere libri
sulle associazioni delle persone di colore, come quella degli impiegati
ospedalieri, dei dipendenti di alberghi e custodi, che oltre a scioperare
usano anche altre tattiche.
Negli Stati Uniti la percentuale di persone di colore impegnata nellazione
nonviolenta è assai maggiore rispetto a quella dei bianchi, e
cresce nel suo impegno di anno in anno. Per non parlare del ruolo della
nonviolenza nelle lotte anti-coloniali in Africa e Asia. Quando pensiamo
alla nonviolenza, perché si pensa subito ai nomi di Gandhi, King,
Aung San Suu Kyi, Cesar Chavez? Essi sono solo la punta delliceberg.
Né i mass media né tanto meno le scuole hanno contribuito
a farci sapere cosa sta davvero succedendo. Queste due istituzioni valorizzano
la violenza. Sta a noi attivisti il compito di diffondere informazioni
sullefficacia reale dellazione collettiva. Quanti attivisti
sanno che Kwame Nkrumah condusse una vittoriosa campagna nonviolenta
per lindipendenza del Ghana negli anni Cinquanta? O che Kenneth
Kaunda ne guidò unaltra nello Zambia negli anni Sessanta?
Quanti sanno della lotta vittoriosa organizzata dagli studenti nepalesi
per una democrazia migliore solo qualche anno fa? O della lunga campagna
nonviolenta per la democrazia in Taiwan che dovette resistere a torture,
assassinii e sofferenze di ogni genere prima di uscirne vittoriosa negli
anni Novanta? Il cambiamento strategico dellAnc che si affidò
allazione nonviolenta allinizio degli anni Ottanta, decisione
che portò alla fine del governo di apartheid? Leroica lotta
dei Mohawks in Quebec che salvarono la terra dei loro avi dal pericolo
di diventare un campo da golf per bianchi?9
Non parlerò del mito secondo cui lazione nonviolenta appartenga
intrinsecamente alla classe borghese credenza priva di fondamenta,
ancor più di quella che la vorrebbe di origine bianca. Il numero
di lavoratori e operai che hanno usato lazione nonviolenta è
di gran lunga maggiore di quello della classe borghese. E poiché
le associazioni hanno costituito le truppe dassalto
nella lotta di classe, leggere la loro storia significa leggere gran
parte della storia dellazione nonviolenta negli Stati Uniti.
ESISTE UNA DIVISIONE RAZZIALE DEI COMPITI TRA I BIANCHI, IMPEGNATI NEL
CREARE ISTITUZIONI ALTERNATIVE, E LA GENTE DI COLORE, IMPEGNATA NELLE
AZIONI DI STRADA?
Ward sembra non dar valore a quello che viene tradizionalmente definito
il lavoro prefigurativo: costruire alternative in modo che
una nuova società inizi a prendere forma in seno a quella vecchia.
Inoltre afferma che i bianchi, prendendosi cura della creazione delle
alternative, evitano di assumersi rischi, i quali ricadono tutti sulle
persone di colore che manifestano per le strade.
Mi sembra che Ward sottovaluti lenorme peso dellimpegno
culturale e delle alternative concrete allinterno delle comunità
di colore. Molto prima che la Nation of Islam diventasse famosa per
il suo impegno nel creare nuove alternative, gli afroamericani avevano
già cominciato a reinventarsi una propria cultura e un proprio
orgoglio, ad esempio. Per alcuni leader di colore, le alternative hanno
rappresentato un imperativo pragmatico e strategico.
Prendiamo, ad esempio, lanalisi di Gandhi sulla condizione del
popolo indiano in seguito alloppressione del potere britannico
bianco. Abbiamo potuto vedere innumerevoli segni di oppressione interna:
dipendenza, oppressione delle donne, uso di droghe, alcolismo, preferenza
per le merci di fattura britannica, bassa autostima. Gandhi detestava
lautoritarismo e non aveva intenzione di dedicare la vita a una
lotta che sarebbe risultata nella sostituzione della dittatura dei bianchi
con una dittatura indiana. Quindi, lanciò quello che definì
Programma Costruttivo, che aveva lo scopo di rafforzare
il potere degli indiani migliorando le loro condizioni di salute e creando
istituzioni alternative. Il suo programma costruttivo fungeva anche
da programma anti-razzismo.
Questo impegno tolse del tempo da dedicare allazione diretta?
Certamente. LIndian National Congress metteva in atto una campagna
di protesta incondizionata che interessava tutto il paese più
o meno una volta ogni dieci anni. Nel frattempo, organizzavano molte
azioni dirette locali e, cosa altrettanto importante, facevano un lavoro
prefigurativo. La loro strategia impegnava il nemico su molti
fronti, non solo sul fronte dello scontro di piazza. Quando poi lanciavano
la lotta incondizionata, avevano a disposizione un potere assai maggiore
rispetto a quello che avrebbero avuto usando solo la rabbia allo stato
puro.
Cesar Chavez, rendendosi conto del fallimento dei precedenti sforzi
unidimensionali per organizzare i contadini della California, ideò
una strategia che partiva dalla costituzione di cooperative e altre
istituzioni alternative. Pensava, e i fatti gli diedero ragione, che
i contadini, abituati a uno stato di gravissima oppressione, avessero
bisogno di acquisire le competenze e la sicurezza in sé stessi
riorganizzando il loro operato prima di essere pronti a combattere.
La lotta nonviolenta che condussero in seguito ottenne un enorme successo
e tuttora rimane un modello soprattutto per gli organizzatori che lavorano
con le persone di colore povere.
Le azioni di Gandhi e Chavez hanno qualcosa in comune con le lotte di
guerriglia vietnamita e dei sandinisti in Nicaragua: lintenzione
di creare la nuova società nello stesso momento in cui si demolisce
quella vecchia. È un fattore da prendere seriamente in considerazione
per gli attivisti statunitensi che vogliano creare una strategia pragmatica
per la liberazione.
In quanto persona bianca, direi che i bianchi hanno un enorme bisogno
di crearsi un modo di essere sano che protegga dallarroganza e
dal razzismo. In quanto gay, ho assistito a casi in cui la discriminazione
contro gli omosessuali ha danneggiato la mia comunità e ridotto
lenergia disponibile per il rinnovamento sociale, e questo è
valido sia tra le persone di colore che tra i bianchi. In quanto uomo
cresciuto nella classe operaia invito gli attivisti appartenenti alla
borghesia e alla classe abbiente a lavorare sul loro classismo, poiché
ciò consentirebbe la creazione di un movimento più solidale,
compatto ed efficace. 10
Quindi sono in totale disaccordo con Ward su questo punto. A meno che
non vogliamo solo riciclare il metodo oppressivo inserendo persone diverse
negli stessi ruoli, è necessario creare delle alternative sia
da parte delle persone di colore che da parte dei bianchi.
UN ATTIVISTA PRAGMATICO È APERTO A OGNI TATTICA IN QUALSIASI
MOMENTO?
Quello che preoccupa soprattutto Ward Churchill è lesclusione
dogmatica di certe tattiche. Dice che, se vogliamo davvero raggiungere
uno scopo, come la rivoluzione, non ci verrebbe in mente di escludere
in anticipo nessun mezzo per realizzarlo, quale esso sia. Dobbiamo essere
aperti a ogni tipo di tattica: dalle petizioni alla disobbedienza civile,
alla lotta di strada, allo stato di guerra dichiarato, qualsiasi cosa
possa servire allo scopo. Quando penso in termini tattici, il consiglio
di Ward mi sembra sensato. Dopotutto, se sto costruendo una casa, perché
non assemblare il maggior numero possibile di attrezzi e accessori?
Ma quando comincio a pensare in termini di strategia, il suo consiglio
non fa presa. Ecco un esempio. Nella seconda guerra mondiale i danesi
non si aspettavano di essere invasi dai nazisti. Improvvisarono come
meglio poterono e, in un combattimento in cui la posta in gioco era
davvero molto alta, misero in atto una diversificazione di tattiche.
Nella prima fase le loro tattiche andavano dalla collaborazione alle
petizioni e al sabotaggio. La diversificazione non funzionava: alcune
tattiche andavano a discapito di altre. I danesi idearono un altro sistema
di tattiche diverse: sabotaggio, dimostrazioni nonviolente, scioperi
dei lavoratori. Ma ancora una volta le tattiche si ostacolavano tra
loro; ogni singolo atto di sabotaggio dava ai tedeschi una buona scusa
per scagliarsi con violenza contro i lavoratori e i dimostranti.
Quello che portò i danesi a conservare la loro integrità
e che ostacolò invece la guerra nazista fu la strategia che ne
emerse: essa includeva mezzi di informazione clandestini, scioperi di
grande entità (a un certo punto perfino uno sciopero generale),
dimostrazioni nonviolente e il trasferimento clandestino degli ebrei
in un luogo sicuro in Svezia.11
La strategia era coerente nel suo interno, e quindi le tattiche si sostenevano
lun laltra invece di intralciarsi.
Ecco un esempio più vicino a noi. Un piccolo gruppo di attivisti
del Movement for a New Society tirò un brutto scherzo a un programma
di politica estera dello stato americano mettendo in atto una strategia
di protesta internamente coerente e ben concepita. Gli Stati Uniti sostenevano,
come spesso fanno, una dittatura militare che stava uccidendo migliaia
di persone. In effetti, il dittatore pakistano Yayah Khan stava assassinando
centinaia di migliaia di persone nel Bengala orientale che volevano
lindipendenza. Il governo statunitense mentì negando il
suo sostegno, ma gli attivisti vennero a sapere che le navi pakistane
si stavano recando nei porti statunitensi per rifornirsi di armamenti
con cui proseguire il massacro. Il gruppo si rese conto, inoltre, che
se gli scaricatori di porto si fossero rifiutati di caricare le navi,
il governo statunitense avrebbe subito un grosso smacco.
Il problema era che gli scaricatori della East Coast erano quantomeno
inclini politicamente a sostenere il governo e inoltre avevano da sfamare
le loro famiglie. Gli attivisti tentarono ripetutamente di persuadere
gli scaricatori ad agire in solidarietà con la popolazione del
Bengala orientale, ma non ebbero alcun successo. Era tempo di usare
lazione diretta. Il gruppo annunciò il blocco del porto
che stava aspettando la fregata pakistana e iniziò ad effettuare
manovre navali con delle barche a vela, barche a remi e
il resto della sua eterogenea flotta. I mezzi di informazione furono
sempre presenti e gli scaricatori di porto rilasciarono testimonianze
sia in televisione che di persona in cui esponevano le stravaganti e
bizzarre tecniche dei manifestanti che sembravano convinti di poter
fermare una enorme fregata con le loro minuscole barchette. La tattica
riscosse successo tra gli scaricatori di porto che si aprirono alla
discussione e alla fine si dichiararono disposti, in caso gli attivisti
fossero riusciti a creare un cordone di picchetto, a rifiutarsi di oltrepassarlo!
Quando la campagna di protesta ebbe successo in quella città,
gli attivisti la misero in atto anche nelle altre città portuali
e alla fine lassociazione interstatale degli scaricatori di porto
dichiarò che i lavoratori di tutti gli Stati Uniti si sarebbero
rifiutati di caricare le armi destinate al Pakistan. Il blocco, iniziato
da un piccolo gruppo, ebbe successo perché il gruppo dimostrò
una grande abilità nellimpiegare le tattiche di azione
diretta indirizzandole a quella parte di pubblico su cui era più
importante che facessero presa.12
La campagna di protesta non sarebbe riuscita se qualche attivista avesse
deciso di mettere in atto la distruzione di proprietà della zona
portuale: una simile azione avrebbe allontanato gli scaricatori che
erano invece gli alleati più influenti e in grado di portare
a buon fine la protesta. Inoltre, i manifestanti che avessero tollerato
una diversità di tattiche in cui fosse prevista anche
la distruzione di proprietà avrebbero agito da irresponsabili,
perché avrebbero danneggiato i bengalesi che stavano subendo
lattacco. Nel clima attuale tra gli attivisti dellanti-globalizzazione,
alcuni attivisti potrebbero voler rinunciare allefficacia del
loro operato per salvaguardare i rapporti con i loro amici allinterno
del movimento, ma questa è una scelta assai difficile se si ha
davvero intenzione di salvare le tartarughe marine e le persone che
vivono nei paesi del terzo mondo.
Restare aperti nei confronti di tutte le possibili tattiche è
come tentare di costruire una casa senza una strategia, una casa che
includa pannelli solari, una stufa a legna, un forno a olio combustibile,
un impianto di riscaldamento a battiscopa elettrico, enormi finestre
esposte a nord, un rivestimento isolante in amianto, una jacuzzi in
ogni camera da letto, una stanza di meditazione allinsegna della
semplicità, e così via. Quando costruiamo una casa noi
operiamo delle scelte guidate da unidea di base. È questo
che rende sensata la costruzione di una casa o di un movimento rivoluzionario.
LA RIVOLUZIONE NONVIOLENTA È UNA CONTRADDIZIONE IN
TERMINI?
Ward Churchill mette in discussione lidea che si possa essere
sia rivoluzionari che nonviolenti allo stesso tempo. La nonviolenza
è essenzialmente riformista, sostiene, e la rivoluzione implica
la violenza. Apprezzo che Ward metta in discussione tale aspetto perché
ogni giorno in tutti i giornali più importanti leggiamo di unazione
nonviolenta messa in atto per costringere al rinnovamento di politiche
e altre riforme; a chi ci possiamo rivolgere per avere informazioni
sulle possibilità dellazione nonviolenta per i cambiamenti
rivoluzionari?
Nellaprile del 1968 la Francia è stata testimone di una
insurrezione rivoluzionaria di massa che fu sul punto di rovesciare
il governo. È levento recente più simile a quello
di cui stiamo parlando, perché avvenne in quella che noi chiamiamo
una democrazia liberale industriale avanzata. È un
esempio molto popolare nei dibattiti tra gli attivisti che seguo.
In maggio, gli studenti di Parigi diedero inizio a una lotta per ottenere
una riforma dellistruzione occupando le università e manifestando
per le strade. La polizia reagì brutalmente e ben presto si diffuse
la notizia delle sofferenze inferte agli studenti. Anche le associazioni
dei lavoratori francesi avevano validi motivi per protestare e decisero
di entrare in sciopero. In un batter docchio undici milioni di
lavoratori erano in sciopero e molti avevano occupato le loro sedi di
lavoro. Loccupazione divenne la tattica del movimento: gli operai
occuparono gigantesche fabbriche di automobili, i becchini occuparono
i cimiteri, le ballerine occuparono le Folies Bergeres.
La lotta si intensificò. Le richieste, sia tra i lavoratori che
tra gli studenti, si radicalizzarono, trasformandosi da riforma in rivoluzione.
Alcune cittadine tagliarono tutti i contatti con il governo centrale
e iniziarono a emettere una valuta propria. Il presidente De Gaulle
fu costretto a consultare i generali delle truppe francesi appostate
in Germania per assicurarsi che fossero pronti a tornare in patria e
a mettere in atto una repressione su vasta scala, poiché non
aveva fiducia nelle truppe appostate sul suolo francese. La stragrande
maggioranza degli studenti e dei lavoratori stava da una parte della
polarizzazione e i ricchi stavano dallaltra. Il punto interrogativo
era rappresentato dalla borghesia: da che parte sarebbe andata? Questa
classe sociale era composta soprattutto da genitori e amici degli studenti
ed erano rimasti esterrefatti dalla brutalità della polizia,
e inizialmente erano favorevoli al movimento studentesco.
La televisione, organo del potere statale, entrò nella mischia
mostrando ripetutamente scene di distruzione di proprietà da
parte degli studenti, ad esempio mentre trascinavano automobili sugli
incroci stradali e le incendiavano per creare delle barricate
un messaggio piuttosto eloquente non solo nei confronti del senso di
proprietà della borghesia, ma anche di quegli operai che avevano
risparmiato anni per essere in grado di comprarsi una macchina.
Inoltre i rappresentanti della classe borghese si trovavano davanti
a una lacuna dove invece avrebbe dovuto esserci una proposta chiara:
se il governo fosse stato rovesciato, ci sarebbe stato posto per loro
nella nuova società? Nessuno poteva rispondere a questa domanda,
perché i nuovi rivoluzionari non avevano un manifesto che potesse
rassicurare alcuno. Tutto quello che poteva fare la borghesia era restarsene
con le sue paure, seduta davanti allo schermo televisivo a guardare
le fiamme che avvampavano.
Sappiamo il risultato: il movimento perse e i grandi capitalisti e lo
stato vinsero, sebbene lo scossone portò ad alcune riforme. La
domanda che potremmo fare noi attivisti statunitensi è: perché
gli studenti allontanarono i loro alleati, la cui partecipazione sarebbe
stata decisiva per determinare la loro vittoria? Le ragioni sono molte
e i lettori interessati possono trovarle nel mio libro13. Le ragioni
principali in questo caso sono:
gli studenti stavano operando in una tradizione secondo cui rivoluzione
è uguale a violenza o quantomeno distruzione
e poiché avevano abbracciato una istanza rivoluzionaria, accettarono
tutto quello che essa implicava. Non erano in grado di effettuare delle
innovazioni sui metodi della rivoluzione;
gli studenti non compresero che le fondamenta della casa
francese, il suo ordine politico, erano lacquiescenza della sua
popolazione, e che quindi potevano vincere aumentando la non-cooperazione
nonviolenta della gente. Nel 1968 non disponevano di esempi quali la
caduta dello scià dellIran, di Marcos, delle dittature
dellEuropa dellest, e così via, e non poterono rendersi
conto che ben più potente della lotta armata è lazione
partecipata di larghi strati della società. La sofferenza degli
studenti e degli operai francesi non sarà vana se gli attivisti
impareranno dalla loro esperienza. Lazione nonviolenta è
tanto coercitiva, o ancor più coercitiva, della violenza quando
si affrontano gli oppressori, ma la base della coercizione è
totalmente diversa. Il potere coercitivo della violenza scaturisce principalmente
dalla distruzione: soluzione classica è la distruzione dellesercito
avversario, ma in questi giorni vi sono anche altri tipi di distruzione.
Gli attivisti che usano la violenza devono necessariamente distruggere
e continuare a distruggere fino alla resa del loro avversario o allesaurimento
della sua capacità di resistere. Al contrario, il potere coercitivo
dellazione nonviolenta deriva dalla non-cooperazione. Lacquiescenza,
da cui dipende la forza dellavversario, gli si rivolta contro
quando la gente rifiuta di seguire il programma. In questo
caso perfino lo scià deve affrettarsi a fare le valigie; perfino
Hernandez Martinez è costretto ad abbandonare il paese. In alcuni
casi la dittatura si arrende e in altri è il suo intero apparato
a dissolversi, come nella Germania dellest. Se gli studenti francesi
avessero saputo che la loro unica speranza si basava sul potere della
non-cooperazione, non avrebbero avuto bisogno delle barricate e della
distruzione della proprietà tattiche che si accordano
molto meglio a una strategia che intende svilupparsi in lotta armata.
COME PUO UN RIVOLUZIONARIO PRAGMATICO, PRIVO DI UNA STRATEGIA,
DECIDERE TRA LA VIOLENZA E LAZIONE NONVIOLENTA?
A rigor di logica, lui/lei non è in grado di deciderlo. Senza
un paio di strategie da mettere a paragone, un attivista che insista
su una praticità rigorosa si troverà nei guai. Pensiamo
alla confusione tra violenza radicale e rivoluzionaria.
Molte volte la violenza è usata per ottenere delle riforme, e
non per un cambiamento rivoluzionario. Ricordiamo, ad esempio, i Teamsters
che sparano contro gli autobus Greyhound nel corso di uno sciopero.
Stanno usando la violenza per sostituire la proprietà capitalistica
dellazienda con il potere dei lavoratori? Non credo. O i bianchi
che linciano i neri. Stanno dimostrando la loro volontà di rimandare
i neri in Africa (un cambiamento rivoluzionario), o di farli rimanere
al posto loro (una riforma, da loro punto di vista)?
La violenza non è il marchio della radicalità o del fervore
rivoluzionario perché è usata costantemente per gli scopi
più disparati, tra i quali la semplice volontà di esprimere
se stessi. La violenza diventa rivoluzionaria quando rientra in una
strategia per un cambiamento sociale sostanziale, e quella strategia
per gli Stati Uniti del XXI secolo è ciò che stiamo ancora
aspettando.
Il rivoluzionario rigorosamente pragmatico, pertinace e non moralista
ha bisogno di fare un paragone tra le strategie che si servono dello
scontro armato e le strategie che mirano alla persuasione di molti,
cioè di sapere quale strategia abbia più probabilità
di condurci alla nostra concezione di una nuova società. Solo
a quel punto gli attivisti saranno in grado di discutere sulle diverse
prospettive delle strategie armate e delle strategie nonviolente.
COME POSSIAMO SCEGLIERE MENTRE LE STRATEGIE SONO ANCORA IN VIA DI PROGETTAZIONE?
Poiché perfino il più pragmatico tra di noi non può
fare una scelta pragmatica informata senza strategie, nel frattempo
siamo tutti nella stessa posizione non-pragmatica. Dovremo fare delle
scelte personali basate su altre considerazioni. Ecco come io scelgo
personalmente.
Dentro di me cova una rabbia spaventosa a causa di ciò che ho
dovuto subire in quanto persona appartenente alla classe operaia e in
quanto gay. Mi sarebbe impossibile contare le innumerevoli occasioni
in cui mi sono stati rivolti insulti stereotipati come balordo,
violento, rozzo, pigro, fanatico
del sesso, molestatore di bambini, sudicio,
femminuccia, immorale, anormale.
Nonostante anni di duro lavoro su me stesso, nel tentativo di curare
le mie ferite in tanti modi diversi, devo ancora fare i conti con le
incertezze che pesano ancora sulle mie spalle.
Ho subito discriminazioni, sebbene non sia mai stato attaccato fisicamente
in modo grave. Ho visto amici infliggersi autolesioni a causa delloppressione
che hanno accumulato negli anni; ho partecipato a gruppi di movimento
finiti nel nulla perché loppressione subita li portò
a rivoltarsi contro i propri leader; ho sofferto insieme agli amici
che si umiliavano nascondendo la loro natura quando non era affatto
necessario, e con amici che non credevano nella capacità di sostenere
le loro idee a causa del background e della classe sociale da cui provenivano.
Queste continue esperienze dolorose mi predispongono in favore della
violenza come mezzo per esprimere se stessi. Sebbene a volte sfoghi
la mia rabbia in compagnia dei miei amici fidati, mi piacerebbe fare
casino pubblicamente.
In vista di tutto ciò, la mia scelta per lazione nonviolenta
strategica è unàncora, un terreno solido che mi
sostiene e mi fa essere il maturo proletario che in realtà sono,
che mi consente di essere il gay equilibrato che in realtà sono,
è un sostegno alla mia creatività. Ogni volta che mi perdo
tra i fumi della mia insofferenza, ricorro al principio secondo cui
posso aspirare a un obiettivo maggiore, che devo aspettare, e che posso
iniziare a formulare alternative valide.
E spesso funziona. Sono stato circondato da un gruppo ostile in mezzo
a una strada isolata della città in piena notte e la mia creatività
si è data da fare per inventare una soluzione come se fossi Einstein.
Ho trovato un modo nonviolento per cavarmela. Un adolescente mi minacciava
con il coltello e sono riuscito a evitare la scelta della distruzione
sia a me che a lui. Sono riuscito a convincere la polizia a non picchiarmi
più, e i sostenitori della destra a non assalirmi potrei
continuare, ma penso di aver reso lidea. Quando mi offrii volontario
per andare in Sri Lanka come guardia del corpo nonviolenta in aiuto
degli attivisti che lottavano per i diritti umani e che erano minacciati
di morte, un amico mi pregò di accettare in dono una pistola
e un giubbetto anti-proiettili. Rifiutai, poiché ero sicuro ormai,
in quel momento di confronto diretto, che avrei trovato un modo migliore
e meno pericoloso di affrontare la situazione.
Un modo di scegliere è seguire le mie inclinazioni, e compensarle
accettando un principio saldo che mi trattiene da reazioni avventate.14
Un altro metodo di scelta è prendere in considerazione le inclinazioni
culturali, e assumersi la responsabilità per il modo in cui veniamo
condizionati dalla cultura. Sono un uomo e il condizionamento che deriva
dallessere uomo è piuttosto evidente. In cosa si trovano
daccordo John Wayne, George W. Bush, il presidente Mao e, mediamente,
tutti gli appartenenti alla classe dirigente? Il potere politico scaturisce
direttamente dalla canna della pistola. Tale convincimento circa il
potere è un paradigma culturale incontrastato, ma gli uomini
hanno la responsabilità di rafforzare questo paradigma perché,
educati in tal modo, siamo predisposti allidea di uccidere e di
essere uccisi. Ovunque sia il patriarcato a regnare, la violenza è
la benvenuta quando la necessità lo richiede. Ma
quando si parla di potere le idee dellattivista Starhawk sono
molto più interessanti della semplificazione patriarcale. La
Starhawk descrive tre tipi di potere: potere esercitato su
(dominazione, la cui più drammatica espressione è lomicidio),
potere esercitato con (cooperazione con altri, lavoro di
gruppo), e potere dallinterno (forza psicologica e
spirituale).15 Come uomo sono stato educato a credere implicitamente
che il potere esercitato su sia quello più potente;
quando si ha bisogno della forza più potente, siamo programmati
a non mettere nemmeno in discussione il primato della violenza.
La cosa straordinaria di noi esseri umani è che a volte riusciamo
a uscire dagli schemi dei nostri recinti culturali, e perfino gli uomini
possono essere più creativi di quanto non preveda la formazione.
Abdul Gaffar Khan della Frontiera Nordoccidentale dellIndia coloniale
è cresciuto in una cultura nomade, dove la versione violenta
dellonore maschile è ancor più forte. Riuscì
a liberarsi da questi condizionamenti e organizzò un movimento
della sua gente, i fieri Pathan, per lottare in modo nonviolento contro
gli inglesi. Gli inglesi risposero accanendosi contro i Pathan in modo
ancor più feroce che rispetto agli altri manifestanti, ma i Pathan
si dimostrarono risoluti e disciplinati.
La mia cultura dice: Per essere un vero uomo, devo essere disposto
a usare la violenza. Io scelgo di non cooperare con tale concezione.
Il potere patriarcale ha perso, ai miei occhi, ogni credibilità.
Mi impegno nella nonviolenza strategica e sfido il potere patriarcale
a colpire la mia identità con le sue tattiche di molestia psicologica.
Mi piace essere pragmatico, ed è per questo che ho passato cinque
anni a scrivere il libro Strategy for a living revolution, uno schema
pragmatico per iniziare a creare una strategia rivoluzionaria precisa
qui negli Stati Uniti16. Spero che ben presto avremo a disposizione
strategie diverse da valutare e discutere. Nel frattempo, è importante
per me prendere parte alla creazione della storia della lotta nonviolenta
e unirmi ai miei compagni per imparare e formulare nuove alternative.
Note
1) La sindrome del Vietnam ebbe un grande impatto. Ad esempio, riuscì
a impedire a Ronald Reagan di invadere il Nicaragua con le truppe statunitensi,
e riuscì con la minaccia del Pledge of Resistance
(impegno alla resistenza) a creare un moto di ribellione in tutto il
paese scatenando la pubblica accusa.
2) Martin Oppenheimer, The urban guerrilla, Quadrangle Books, Chicago
1969.
3) Questo documento fu creato in seguito a un processo collettivo internazionale,
ed è stato pubblicato in diverse lingue. George Lakey, A Manifesto
for Nonviolent Revolution (Filadelfia, Movement for a New Society, 1976);
ristampa a cura di Richard Falk, Samuel S. Kim, Saul H. Menddlovitz,
Toward a Just World Order (Boulder Co., Westview Press, 1982) pp. 638-652.
4) Per ulteriori informazioni sulla resistenza nonviolenta nei confronti
dei nazisti da parte degli ebrei, consultate larticolo di Yehuda
Bauer in Protest, Power and Change, Roger S. Powers and William B. Vogele,
1997), pp. 276-277.
5) Ward Churchill, Pacifism as Pathology, op. cit. p.37.
6) Consultate il resoconto di Stephen Zunes, Unarmed Resistance
in the Middle East and North Africa, in Nonviolent Social Movements
: A Geographical Perspective a cura di Lester R. Kurtz e Sarah Beth
Asher, Malden, Mass., Blackwell Publishers, 1999, pp. 44-46.
7) George Lakey, Powerful Peacemaking: A Strategy for a Living Revolution,
(Gabriola Island, British Columbia, Canada, New Society Publishers,
1987, cap 2.
8) Stephen Zunes, The Role of Nonviolence in the Downfall of Apartheid,
in Nonviolent Social Movements, op. cit., pp. 203-230.
9) Per un più accurato esempio delle migliaia di casi di azione
nonviolenta da parte di persone di colore, consultare i libri di Bill
Sutherland e Matt Meyer, Guns and Gandhi in Africa: Pen African Insights
on Nonviolence, Armed Struggle and Liberation in Africa ,Trenton, NJ,
Africa World Press, 2000; Philip McManus e Gerald Schlabach, a cura
di, Relentless Persistence: Nonviolent Action in Latin America, Gabriola
Island, British Columbia, Canada, New Society Publishers, 1991; Patricia
Parkman, Insurrectionary Civic Strikes in Latin America: 1931-1961,
Cambridge, Mass., Albert Einstein Institution, 1990; Stephen Zunes,
Lester R. Kurtz e Sarah Beth Asher, a cura di, Nonviolent Social Movements:
A Geographical Perspective, op. cit.; Gene Sharp, The Politics of Nonviolent
Action, Cambridge, Mass., Porter Sargent, 1973.
10) Un libro interessante e di grande ispirazione scritto da una donna
che creò unorganizzazione popolare affrontando con onestà
le divisioni di classe e di razza nella nostra società: Linda
Stout, Bridging the Class Divide, Boston, Beacon Press, 1996.
11) Questo fu mostrato chiaramente nel documentario A Force More Powerful:
A Century of Nonviolent Conflict mostrato dal Public Broadcasting System
nel 2000 e si può richiedere a: Films for the Humanities and
Sciences, PO Box 2053, Princeton, NJ 08543-2053; sito web: www.films.com.
Il libro che si accompagna al documentario è di Peter Ackerman
e Jack DuVall, A Force More Powerful: A Century of Nonviolent Conflict,
New York, St. Martins Press, 2000.
12) Questa campagna di protesta, che insegna sullazione diretta
molto più di quanto sia possibile riportare qui, è descritta
passo dopo passo da Richard K. Taylor, Blockade, Maryknoll, N.Y., Orbis,
1977. Questa campagna di solidarietà con il Bangladesh avvenne
nel 1971-72.
13) Powerful Peacemaking: A Strategy for a Living Revolution, op. cit.,
cap.2.
14) Barbara Deming ne scrive in modo esaustivo e convincente nel suo
saggio Revolution and Equilibrium pubblicato nel 1968 in Liberation
Magazine, che si può richiedere al A.J. Muste Memorial
Institute, 339 Lafayette St, New York, NY 10012.
15) Dreaming the Dark: Magic, Sex and Politics, Boston, Beacon Press,
1988, cap 1.
16) Ledizione riveduta è intitolata Powerful Peacemaking:
A Strategy For a Living Revolution. |